Jean Klein

Tratto dal libro: “La Naturalezza dell’Essere” di Jean Klein

Lei deve capire che per arrendersi io non intendo un’accettazione fatalistica o un sacrificio. Il vero arrendersi è liberarsi di ogni idea e permettere alla percezione di venirvi incontro. Vedrete allora che l’energia fissatasi per esempio come sofferenza arriva a fiorire nella vostra piena attenzione.

In realtà non c’è niente da raggiungere, e nel momento che sarà persuaso di ciò si produrrà un arresto.
Ogni energia prima diretta verso un fine ritorna alla sua origine e lei viene ricondotto alla sua presenza. Quando il vedere e l’udire sono diventati liberi da ogni motivazione, fine e intenzione, lei è in un’attenzione non qualificata, multidimensionale: l’intero corpo ascolta, e l’ascoltare ed il vedere si dissolvono nella presenza. Da ultimo non vi è più un soggetto che vede né un oggetto che è visto.

Cercare qualcosa, attendere qualcosa, sperare di realizzare qualcosa, sono tutti movimenti che conducono lontano dal proprio asse, verso la periferia, che ci allontanano da una coscienza globale per condurci verso ”un punto di vista”.

Ciò che è reale esiste in se stesso, finché la persona ha bisogno di coscienza per essere conosciuta, non è reale. Lei può vedere quello che non è, non potrà mai vedere quello che è. Quando diventate familiari con ciò che non siete, sentite una distanza, finché viene il momento in cui sentite ciò che siete senza toccarlo. Questo è essere conoscenza.

La meditazione non è una funzione cerebrale. Vi può essere l’urgenza interiore di meditare, ma questa viene direttamente dal silenzio, dalla vostre vera natura.
Finché non avete realizzato il silenzio, stare seduti può aiutare a familiarizzarvi con voi stessi, fino a quando vi ritrovate nell’ ascolto, allora la meditazione è presente in ogni momento.
Conoscere voi stessi non richiede una pratica. Non avete bisogno di intraprendere nulla. Non vi è nulla da raggiungere, nulla da perdere.

Per liberare un bambino da un’immagine dovete essere liberi da ogni qualificazione, in particolare di essere un padre. Conservare l’immagine del padre genera il bisogno di adempiere a tutto ciò che definisce la sua relazione con voi. Si stabilisce così una specie di reciproco imprigionamento.

Non esiste un sistema, un metodo, una tecnica grazie al quale avvicinarsi alla realtà. Essa rivela se stessa là dove ogni tecnica e ogni sistema falliscono, là dove si vede la futilità del volere. Ogni sforzo di questo tipo conduce al rafforzamento dell’ego.

Quando la mente vede le sue limitazioni, nascono un’umiltà e un innocenza che non sono oggetti di coltivazione, accumulazione o apprendimento, ma il risultato di una comprensione istantanea. Quando vede la sua impotenza, la sua debolezza e nulla sta reagendo, allora arriva un momento di resa, una sosta silenziosa nella quale si trova in comunione con il silenzio, con l’ultima verità. E’ questa realtà a trasformare la mente, e non uno sforzo o una decisione.

Per scoprire la spontaneità, il pensiero conscio e quello inconscio devono estinguersi.

Esistono pensieri, emozioni e percezioni, ma non vi è nulla di personale in esse. L’io è una convenzione accettata nelle relazioni umane, è un concetto ma no ha realtà.

Quando sa veramente che quello che cerca è la sua vera natura, allora si libera dell’impulso di sforzarsi.

Lei può veramente prendere delle decisioni soltanto quando accetta la situazione. Nell’accettazione la situazione appartiene alla totalità, alla sua completezza, e la decisione esce da questa prospettiva globale.

Il nome e la forma fanno l’oggetto. Se lei toglie il nome e la forma vi è soltanto coscienza.
Per migliorare la tua navigazione il sito 'Centro Il Risveglio' utilizza cookie di profilazione propri o di terze parti.